La verità.

ottobre 25, 2009 20:13

La verità è che stanno succedendo troppe cose per essere spiegate qui. E con poche parole.
La verità è che stanno succedendo troppe cose perché io ne abbia soltanto voglia di parlare o scrivere.
Si alternano momenti in cui so di aver fatto la cosa giusta e momenti in cui sono terrorizzata da quello che mi aspetta in futuro.
Mi sono tolta una maschera che ho portato per troppo tempo e ora sto analizzando con la precisione di un chirurgo le cicatrici che mi sono rimaste addosso.
Ho le spalle larghe. Più larghe di quello che credevo.

Maigo ni naro yo, isshoni.

luglio 24, 2009 18:24

No, non sono impazzita.
E sì, sono sempre viva.
Riemergo soltanto per augurare a tutti un ottimo agosto che tanto lo so che, tra il lavoro e le cose da organizzare, non riuscirò più a postare prima della mia partenza.
Io, dal 5, sarò in quel di Tokyo per una quindicina  di giorni e il titolo di questo post (che è anche il motto del fantastico Studio Ghibli) mi sembrava uno splendido augurio di buone vacanze per tutti.

Perdiamoci insieme.

La voglia matta.

aprile 27, 2009 16:55

Su, fammi una bella dichiarazione.
E perche'?
Perche' non ne ho mai avute. Mi fanno sempre delle proposte...anche proposte spinte, ma dichiarazioni mai. Avanti, su. Su.
Beh, mi sembra di essere un po' ridicolo.
Ma si'...
E va bene, ci provero'. Dunque, potrei dirti che da qualche ora io sono completamente cambiato. Che da quando sono qui con te, con quei matti, i laminati plastici mi interessano molto meno. Anzi, non mi interessano affatto. Mi interessi tu, Francesca. Perche' vedi, per me tu ormai sei diventata come una malattia, come un'ossessione, io ho una voglia matta di te, Francesca. E ho anche capito che l'amore puo' anche arrivare cosi', improvvisamente, come una mazzata. E che le vie del cuore sono infinite. Ed e' per cio' che ti chiedo di starmi vicino, Francesca. Io ho bisogno di te.

- La voglia matta -

Di un mattone, della bora e di un ragioniere.

febbraio 14, 2009 15:28

Da piccola adoravo letteralmente Gianni Rodari.
Divoravo i libri, ma lui, insieme ad altri, mi hanno insegnato ad adorare la lettura.
Con la scusa del nippi che sta crescendo, con il fatto che sono diventata materna, 
roba da non credersi, lo so, e non ha a che fare con le cazzate del'orologio biologico, e' nata dentro questa consapevolezza che neppure sapevo di avere
oggi ho comprato dei libri che mi hanno accompagnata quando ero bambina.
Per regalarli ad Andrea, per il mio ipotetico figlio, che adesso e' solo tutto nella mia testa, ma mi parla, la sua voce si fa sempre piu' chiara e vuole la mia attenzione. Io voglio dargli attenzione.
Ne sono terrorizzata, non credete.
Comunque oggi ho ritrovato questi libri di Rodari, li ho comprati, un po' perche' sono una gran nostalgica, un po' perche' erano davvero fantastici come li ricordavo.
Quello che vi posto e' tratto dal racconto La bora e il ragioniere. Semplice e profondo.
E lo dedico a mio figlio.
Ci vediamo, gamberetto.

Portato via dalla bora? Ma fate il piacere. Ditemi che un asino ha volato, piuttosto, e ci credero'.
- Rifacciamo l'esperimento -
proponeva il ragioniere. - Vi mostrero' com'e' accaduto.
Quando la sua signora gli propose, invece, di farsi visitare da un dottore, decise di non insistere piu' per essere creduto.
- Pazienza, - si disse. - Peggio per loro. Sara' il mio segreto.
E lo e' ancora. Ogni volta che arriva la bora, Francesco Giuseppe fa cosi': lascia passare un giorno o due senza far nulla di strano, perche' nessuno si insospettisca, poi chiede un pomeriggio di permesso, va sulle colline e vola.
E per volare, ecco come fa: si riempie le tasche di sassi, si lega una fune alla vita e attacca la fune a un albero: poi getta pian piano la zavorra e si solleva, si innalza fin dove la fune glielo permette, e rimane lassu' tutto il tempo che gli piace, se la bora non cessa. Che fa lassu'?
Si guarda intorno, si diverte a incuriosire gli uccelli, qualce volta apre un libro e legge. Di preferenza le poesie di Umberto Saba, un grande poeta triestino morto pochi anni or sono. Forse la cosa vi stupira', ma non dovrebbe. Perche' un ragioniere non dovrebbe amare le poesie? Perche' un uomo comune, uguale a tanti altri, non dovrebbe avere un suo prezioso segreto?
Non giudicate mai gli uomini dal loro aspetto, dalla loro professione, dallo stato della loro giacca. Ogni uomo puo' fare cose strordinarie: molti non le fanno soltanto perche' non sanno di poterle fare, o perche' non sanno liberarsi in tempo del loro mattone.

Come si cambia.

novembre 21, 2008 19:27

Eri una bambina.

Nasce tutto cosi', da una frase stupida mentre guarda una mia fotografia.
Sono io sul letto di quella che era casa dei miei, che poi e' stata anche casa mia fino a 19 anni. Sul mio vecchio letto, nella mia vecchia camera, si intravede anche il vecchio comodino. Tutto andato.
I miei neppure ci stanno piu' in quella casa, hanno una casa nuova da qualche anno, ma questa e' un'altra storia.
Sono io sdraiata sul letto che sorrido. Niente malizia ancora, avevo 18 anni e anche se mi credevo chissa' cosa  la malizia mica c'era.
Sono io, col viso un po' piu' rotondo, i capelli lunghi, una mano fra i capelli. Che sorrido.
Guarda la mia foto e mi dice
Sei cambiata, qui eri una bambina.
Non lo dice per sottolineare chissa' quale verita' nascosta. Lo dice e all'improvviso mi guardo, guardo quella foto che ho avuto sotto gli occhi per tutti questi anni e penso:
Cazzo, e' vero. Sono cambiata.
E senza tirare in ballo il ritornello del cambiata in meglio o cambiata in peggio, mi accorgo che sono come quella roccia sotto il lento, ma incessante, scorrere dell'acqua. E se tu guardi la roccia giorno dopo giorno mica ti accorgi che la roccia e' cambiata. Eppure se la fotografi, lo vedi eccome.
Tutto cambia o tutto scorre, come preferite, guardo la mia foto e ripercorro mentalmente gli anni, gli errori, le vittorie, i giorni bui.
Non sono la stessa e non e' ne' un bene ne' un male. Ci si illude di rimanere gli stessi. Probabilmente il cuore, la parte piu' interna della roccia, resta lo stesso, ma tutto lentamente scorre.
Non sono piu' una ragazzina e, seppur mi butti ancora con entusiasmo nelle cose, l'esperienza mi ha insegnato che ci si puo' far male.
Parlo e scrivo meno, ma leggo e ascolto di piu'.
Non mi piace piu' cosi' tanto essere al centro dell'attenzione. Perche' ho imparato che dai piedistalli si puo' anche cadere.
Non piango neppure cosi' spesso, ma mi commuovo piu' facilmente.
Ho meno persone con cui parlo di quel che mi passa davvero per il cervello. Ma questo credo si possa ricollegare al discorso sull'esperienza.
Sono stata perdonata troppo spesso e forse non sono la donna che volevo diventare. Ci sto lavorando sopra in ogni caso.
I miei capelli sono piu' corti e la vista e' peggiorata. Un giorno mi e' spuntato un piccolo neo sul labbro inferiore.
Lenta,  ma incessante gutta cavat lapidem.

E si', lo so, sono una pessima padrona di casa. Mi dimentico di passare, di scrivere, di togliere la polvere. E apprezzo, quando torno, di scoprire che qualcuno ogni tanto toglie le ragnatele, apre le finestre e mi lascia dei fiori.

La cosa piu' bella del mondo.

luglio 20, 2008 19:36
- Giochiamo a "la cosa piu' bella del mondo"! - disse il guardiano Peter Narvalo, un marinaio dal lunghissimo naso con un piercing di dodici moschettoni.
- Si', si' evviva! - gridarono tutti in coro, pappagalli compresi.
- E' un gioco che facciamo spesso, nelle lunghe giornate di bonaccia - spiego' il capitano agli ospiti - d'accordo, comincia tu, Peter Narvalo.
- La cosa piu' bella del mondo - disse il guardastiva, saltando in piedi sopra un barilotto - e' la nave Liberace!
Applausi, fischi, schiamazzi accolsero la sua asserzione.
- Nessuna nave e' piu' veloce di lei, e quando il vento le tocca il culo e le alza la gonnella delle vele, non c'e' fottuto panciuto impeciato intarsiato galeone di Horca che possa sfuggirle. Il suo albero amestro, ricavato da un tronco di castagno huang, e' alto novanta piedi e duro come il mio uccello! Le vele di forte e rude stoffa norrena ingoiano venti di tempesta come fossero sospiri. E ammirate la possanza dei suoi quaranta cannoni di bronzo precisi come sputi e che dire della polena scolpita dal maestro d'ascia Atzorius, riproducente le fattezze della nostra padrona, santa Billie Holiday?
- Oh yeah - cantarono in coro i corsari.
[...]
Si alzo' il timoniere Pigtail Joe, un omaccio barbuto con bermuda sfilacciati e una maglietta degli Aerosmith.
- Io credo - disse il timoniere - che la cosa piu' bella del mondo sia Hanna Baja Lehilani, dell'isola omonima.
Una raffica di colpi di archibugio e un volo di cappelli omaggio' il nome della dama.
- Chi l'ha conosciuta, amici, e su questa nave possiamo dire di averla conosciuta in molti, non potra' mai dimenticarla. I suoi occhi brillano come stelle di sud-est nelle notti d'estate, la sue pelle e' bianca come un filetto di sogliola, le sue mani passeggiano sul tuo ombelico come granchiolini, la sua lingua drizzerebbe il ferro di un'ancora e la sua ficona e' la baia piu' confortevole e ospitale che esista nell'arcipelago da capo Triglia a punta Limbattu.
- Hurrah per Hanna Baja! - urlo' la ciurma.
- Tanti anni fa, quando ero imbarcato con la ciurma di capitan Mac Noon, incrociammo una nave che procedeva a vele spiegate, senza che nessuno fosse visibile a bordo. Un vascello fantasma? Una nave colerosa? niente di tutto questo. La nave era addetta al trasporto schiavi, e tra loro c'era Hanna Baja. Ebbene, dopo tre giorni di navigazione non c'era uomo a bordo che essa non avesse spompinato fino al collasso, ne' donna che non avesse piluccato fino a consunzione. C'era solo lei al timone, nuda e fiera, e quando abbordammo la nave e liberammo gli schiavi, naturalmente senza incontrare nessuna resistenza, sapete cosa fece Hannah per ricompensarci? Fece il famoso numero cinese detto "la corsa sul ponte dei cento bambu'...". Ci fece mettere tutti in fila, e poi..."
(Stefano Benni)

La cosa piu' bella del mondo e' sedersi su una panchina di citta'.
D'inverno.
Con una persona che ci piace.
In un giorno lavorativo.
In un giorno in cui il buon senso ci dice che dovremmo fare tutt'altro.
La cosa piu' bella del mondo e' stare seduti su quella panchina, una di quelle panchine verde scuro che si trovano ancora nei parchi, imbacuccati col cappotto, i guanti e tutto il resto, a parlare con una persona che ci piace.
Musica, cinema, libri, filosofia, tutte quelle cose che non stanno ne' in cielo ne' in terra. Senza risvolti pratici e noiosi.
La cosa piu' bella del mondo e' prendersi una di queste panchine. Prendersi del tempo. Prendersi del tempo e non sprecarlo.

- Capito il gioco? Tocca a te, Iri.
(Stefano Benni)

Ricetta.

giugno 20, 2008 21:00

No, io e la cucina non abbia fatto pace. Continuo ad essere terribile ai fornelli. E forte di questa consapevolezza, li tengo sempre spenti.
La ricetta riguarda forse la mia vita. Che da quasi un anno ho ripreso in mano tra alti, bassi, ricadute, impennate.
Sorrido spesso. Sono meno selvatica. Mi coccolo e mi ritaglio spazi miei.
Lavoro sempre tanto e, se possibile, con maggior entusiasmo.
Ho ripreso a studiare inglese.
Ho fatto nuove amicizie e piacevoli scoperte.
Mi lagno meno che tanto alla fine non cambia nulla.
Sono dimagrita la bellezza di sei chili anche se non era quello il punto.
Gioco tanto. E mi prendo in giro.
La notte vado a dormire sapendo che ci sto provando, che sto facendo del mio meglio.
Sono quasi felice. Perche' felici felici forse non lo si e' mai. O forse sono io che voglio sempre di piu'. E sto cominciando a pensare che forse anche questo e' un bene.
E sapete? Si vede. Non ho mai ricevuto tanti complimenti come in questo periodo.
E non e' una questione di corpo. E' la mia testa che gira per il verso giusto, mi sento bene, e' come un'epifania, come se avessi appena fatto le pulizie di primavera, e' come aver iniziato a scrivere su un quaderno nuovo con la migliore delle calligrafie.
Lo so, non e' niente di speciale, ma volevo giusto farvi sapere che sono viva. Davvero.

Come può uno scoglio
arginare il mare
anche se non voglio
torno già a volare
Le distese azzurre
e le verdi terre.
Le discese ardite
e le risalite
su nel cielo aperto
e poi giù il deserto
e poi ancora in alto
con un grande salto.

Di uno di quei giorni.

maggio 09, 2008 20:15

Avete presente uno di quei giorni?
Uno di quei giorni che ha la capacita' di essere bello e brutto allo stesso tempo?
Sono diventata di nuovo zia. Di un altro piccolo maschietto. Filippo. Un ragnetto.
A distanza di due anni dalla sua morte io sono diventata di nuovo zia.
E mi fa strano trovarmi felice proprio oggi, a distanza di due anni dalla sua morte. Sapete no, una specie di segno, ma non mi va di dirlo, neppure di pensarlo troppo forte. Che a queste cose non ci credo del tutto.
Eppure sono diventata di nuovo zia e la penso, la penso tanto, la penso sempre. Non solo oggi.
Era una gran donna, di quelle donne che mica trovate in giro tanto facilmente. Ma come si fa a spiegare senza essere banali? Come fai a raccontare di quando ha raccolto i tuoi pezzi col cucchiaino? Di quanto fosse concreta e tenace. E intelligente. Come si fa, io non sono cosi' brava con le parole.
E allora ripenso a due anni fa, ai pianti, ai perche', alla gente che mi veniva vicino, a io che stringevo mani che neppure conoscevo.
Penso a due anni fa, al funerale, e all'altro mio nipote, Andrea, che lui di morte a 3 anni non sapeva giusto niente. Neppure adesso che ne ha 5 e io spero che la vita continui cosi'.
Penso che eravamo tornati a casa tutti stanchi, svuotati dentro, senza lacrime e senza piu' domande.
E lui se ne viene fuori cosi', anche lui piccolo ragnetto di fronte a quel gigante di mio fratello.
Lo guarda dal basso e gli chiede, proprio dopo il funerale, ma lui che ne poteva sapere
Papa', ma sei felice?
E allora Bruno si accuccia, si fa piccolo come lui, e sorride e quel sorriso ci stava bene, anche in quel giorno di dolore, e gli dice
Si', perche' ho il bambino migliore del mondo.
E allora sorrido anch'io e penso che quel bambino non si e' mica reso conto che proprio quel giorno mi ha ricucito la ferita al cuore.
E due anni dopo, un altro ragnetto rosso, piccolo, anche brutto sapete?, ha dato un bacio proprio la' su quella ferita ricucita e allora mi sembra di essere tornata bambina, quando cadevo e mia mamma mi dava un bacio, sul palmo, sul ginocchio, sul gomito sbucciato. E andava tutto bene. Tornava tutto a posto.
Sono di nuovo zia e un giorno prendero' da parte i miei due ragnetti e diro' loro che proprio quando avevo bisogno ci sono stati e mi hanno guarito il cuore.
E allora penso che la vita ha molta piu' fantasia di noi. Quando credi che sei su un binario morto, ti ritrovi in volo, forse perche' non siamo dei treni, ma palloncini portati dal vento, o forse aquiloni guidati da una misteriosa e silenziosa mano.
E se io dovessi scegliere una mano, vorrei che fosse la tua.
Io mica ci credo cosi' tanto e so quanto questa cosa ti facesse arrabbiare. Ma oggi, grazie.


Gli uomini della mia vita.

aprile 09, 2008 20:23

Premessa per chi si e' preoccupato. Sono viva. E tanto tanto tanto incasinata. Ma sono viva. Tanto tanto tanto viva.
Fine premessa.


Oggi mi sono voluta regalare un pranzo con i due uomini della mia vita.
E per un attimo li ho guardata da lontano, tutti e due cosi' belli e cosi' concreti.
Mio padre.

Mio fratello.
Due generazioni, uno di fronte all'altro e io in mezzo, regina di cuori, viziata, coccolata e protetta.
Li guardavo e sembravano divisi da questo invisibile specchio.
Uno specchio speciale che ti fa guardare avanti, ma anche indietro.
Alla sinistra mio padre e alla destra sempre mio padre, solo un po' piu' giovane. Con i capelli meno bianchi e il sorriso un po' piu' obliquo.
Alla destra mio fratello e alla sinistra sempre mio fratello, solo un po' piu' vecchio. Con gli occhiali e quelle piccole rughe attorno agli occhi quando sorride.
Ed erano cosi' belli che avrei voluto fermare il tempo. In quell'istante.
Mancavi giusto tu, che sei il terzo.

Nomi e cognomi (e soprannomi)

marzo 25, 2008 12:53

Lolita, luce della mia vita, fuoco dei miei lombi.
Mio peccato, anima mia.
Lo-li-ta: la punta della lingua compie un percorso di tre passi sul palato per battere, al terzo, contro i denti. Lo. Li. Ta.
Era Lo, semplicemente Lo la mattina, ritta nel suo metro e quarantasette con un calzino solo.
Era Lola in pantaloni.
Era Dolly a scuola.
Era Dolores sulla linea tratteggiata dei documenti.
Ma tra le mie braccia era sempre Lolita.
(V. Nabokov)

Non molto tempo fa mi e' capitato di raccontare dei nomi che nel corso degli anni mi sono stati affibbiati.
Piu' dei soprannomi, la gente ha sempre amato storpiare il mio nome
Francesca
troppo lungo, troppo comune, troppo anonimo.
E a seconda delle storpiature io ero una Francesca diversa. Non che fingessi con l'una o con l'altra persona. Veniva fuori un particolare lato del mio carattere. O piu' semplicemente, persone diverse, sensibilita' diversa, occhio diverso, diverso tutto.
Sono Franci
rigorosamente con la i perche' la y e' una lettera smorfiosa
per gli amici piu' cari e per la Giusi e Fabrizio che da colleghi sono riusciti a diventare qualcosa di piu'. O come dice la Giusi, la mia Franci, che mi scalda il cuore, perche' mia non me lo diceva piu' nessuna donna da un sacco di tempo.
Sono Chichina. Solo per mia mamma. E solo quando mi vuole particolarmente bene. O quando sa che ho bisogno. Cosi' mi chiama
Chichina, ti va di venire a mangiare da noi?
e io dico si' che mi va e mi sembra di tornare piccola, di potermi rifugiare nel suo abbraccio e che tutto si mettera' a posto. Anche se non e' vero.
Francischi'. Per  mio papa', un po' dialettale, rigorosamente con l'accento e tanto dolce. Lo usa anche quando fa finta di alzare gli occhi al cielo perche' gli dico papi e lui pensa che ho bisogno di qualcosa. E invece ho solo bisogno di un Francischi'.
Sono stata Chicca, Fran, Fren, Frenci, Fra. E se ci ripenso vedo tutte le facce delle persone che mi hanno accompagnata. La scuola, gli amori, gli amici, le serata in macchina.
Sono semplicemente Francesca. Ma ogni volta con tono diverso, con la e piu' aperta o chiusa a seconda dell'accento di chi mi chiama. O le c rotonde, quasi disegnate. Francesca. Una sorta di autocompiacimento in quelle belle c.
E pochi giorni fa mi hanno ricordato che sono stata e forse sono ancora Francie, cosi', con la -ie, che sembra una forzatura, ma invece non e' mica vero. Solo per Silvano e per la sua voce megaerotica, cosi' gli dico.
L'unico soprannome che e' durato per anni e che ricordo con piacere e' tata. Solo per Ivan. E penso ad Andrea, Roppolino e il Gufino. Di quanto era facile allora sentirsi amate da piccoli grandi uomini che non chiedevano niente di piu'. Delle giornate in biblioteca o in giro o a casa di qualcuno. Tatina e mi sentivo protetta come non mi e' piu' capitato per un sacco di tempo. Tata e sapevo esattamente chi fossi e cosa volevo e dove stavo andando.
Ma forse alla fine e' vero quello che mi dicevi. Una rosa e' una rosa e' una rosa. Con qualunque nome la si chiami.